Se guardiamo all’anno scorso vediamo la UX/UI dominata da stili grafici come il Neumorphism, il Glassmorphism e lo Skeuomorphism.
Il 2026, invece, si presenta radicalmente diverso: l’attenzione si sposta da come appaiono le cose, a come funzionano.
Il Product Design in genere, sta vivendo un cambio di paradigma. La mente del designer mantiene la regia dell’esperienza, ma cede all’Intelligenza Artificiale il ruolo di costruttore invisibile incaricato di assemblare i pezzi, in un contesto dove la legge europea rende l’accessibilità non più opzionale, ma strutturale.
Non progettiamo più semplici interfacce, ma ecosistemi viventi, capaci di adattarsi, imparare e includere.
Ecco i trend più importanti per il 2026:
| UX Trends 2025 | UX Trends 2026 |
| • Neumorphism | • AI (con UX Predittiva) e Iper-personalizzazione |
| • Glassmorphism | • Accessibilità e Inclusività |
| • Skeuomorphism | • Design Adattivo Human-centered |
Il paradigma della progettazione digitale sta vivendo una transizione storica in cui prosegue l’abbandono di layout statici in favore di sistemi dinamici governati dall’Intelligenza Artificiale.
Nel prossimo anno, il compito del designer non sarà più produrre schermate statiche, ma definire Design System logici con regole comportamentali. Sarà poi l’AI a generare (da un punto di vista operativo) le interfacce in tempo reale, assemblando i componenti in base ai dati e alle intenzioni dell’utente che gli sono stati forniti, in quanto strumento attivo di supporto.
Questa iper-personalizzazione si fonda sulla UX Predittiva il cui obiettivo è anticipare il bisogno dell’utente, modificando gerarchie visive e call to action (CTA) prima ancora che venga compiuta un’azione. Tale processo richiede una gestione etica dei dati, basata su informazioni fornite volontariamente dall’utente per sopperire alla fine dei cookie di terze parti.
Parallelamente, emerge la necessità della AIO (Artificial Intelligence Optimization) di strutturare semanticamente i contenuti appresi, tramite linguaggi e vocabolari standard (come Schema.org). Questo permette agli algoritmi di interpretare le informazioni senza ambiguità, garantendo non solo una migliore indicizzazione, ma rendendo i contenuti fruibili dalle nuove interfacce conversazionali.
Con la piena applicazione dell’European Accessibility Act (EAA), recepita in Italia con il D.Lgs 82/2022, l’accessibilità digitale transita dallo status di best practice a quello di requisito legale vincolante per operare nel mercato UE. L’adeguamento agli standard internazionali WCAG (Web Content Accessibility Guidelines) impone una revisione profonda del workflow di design: l’inclusività deve essere nativa, integrata fin dalle fasi di wireframing e validata tramite test di usabilità con tecnologie assistive.
Tecnicamente, questo si traduce in rigore semantico: navigabilità completa via tastiera, contrasti cromatici ad alta leggibilità e implementazione puntuale delle etichette ARIA (Accessible Rich Internet Applications) per garantire la fruizione tramite tecnologie di lettura assistita. Oltre alle disabilità percettive, il focus si allarga alla neurodiversità (accessibilità cognitiva). I nuovi standard di settore promuovono interfacce a basso carico cognitivo, tramite l’utilizzo di font ad alta leggibilità (preferibilmente sans-serif), riduzione degli stimoli visivi non necessari e controllo totale sulle animazioni per prevenire sensazioni di vertigini e disorientamento.
L’interazione utente-macchina evolve verso la multimodalità: le interfacce non sono più progettate per un singolo input (solo touch o solo mouse), ma supportano l’uso simultaneo e fluido di comandi vocali (VUI), gestuali e tattili. Questo approccio elimina le frizioni operative, permettendo all’utente di passare da una modalità all’altra in base al contesto d’uso momentaneo. La continuità dell’esperienza diventa trasversale ai dispositivi (cross-platform) grazie all’adozione di Design System unificati e tecnologie come le Progressive Web Apps (PWA). Si tratta di un flusso di lavoro che se iniziato su mobile, deve proseguire istantaneamente su desktop (o altri device collegati), recuperando la complessità e la ricchezza informativa tipica delle dashboard. Infine, il concetto di “adattivo” ingloba il benessere digitale. L’interfaccia reagisce all’ambiente (adattando le palette cromatiche alla luce ambientale reale) e allo stato dell’utente, promuovendo un mindful design. Attraverso la riduzione delle notifiche invasive e l’uso funzionale del motion design, la tecnologia mira a preservare l’attenzione e a ridurre lo stress cognitivo, ponendo l’essere umano e i suoi bisogni al centro del progetto.
Stiamo descrivendo un quadro che va oltre la semplice evoluzione tecnica, è piuttosto
una progressione talmente rapida da suggerire una rivoluzione totale del concetto stesso di User Experience.
Fino a ieri, il cambiamento nel nostro settore era lineare: nuovi tool, schermi più definiti, connessioni più veloci. Oggi, la curva è diventata esponenziale. L’ingresso prepotente dell’AI generativa e la convergenza verso ecosistemi fluidi e multimodali stanno sgretolando i confini tradizionali del nostro lavoro. Il tempo che intercorre tra novità e standard si è ridotto drasticamente, poichè tecnologie che sembravano futuristiche sei mesi fa, oggi sono aspettative di base dell’utente.
Questo ci porta a una riflessione necessaria: se l’esperienza si autogenera, si adatta e si corregge in tempo reale, il ruolo del designer non è più quello di disegnare l’esperienza, ma di riprogettare l’intelligenza che la rende possibile.
Non stiamo solo aggiornando i nostri strumenti, stiamo ridefinendo l’anima stessa del progettare per gli esseri umani, in quanto esseri umani. E in questo scenario di accelerazione perpetua, la capacità di adattarsi non sarà più solo una soft skill, ma l’unica vera competenza tecnica immune al tempo. Il futuro non chiederà quanto siamo bravi a padroneggiare una tecnologia, ma quanto siamo pronti a cambiarla.